Un pò di “bon ton” non guasta mai: le buone maniere, anche a tavola, ci aiutano a stare in società.

Anna Maria Onelli

Questo post nasce da alcune considerazioni sui comportamenti, che ho avuto modo di osservare, in albergo, in spiaggia, al ristorante e in luoghi diversi, dove è sempre più evidente la carenza di buone maniere o di bon ton o di buona educazione: meno rispetto delle regole, delle opinioni, degli spazi, della sensibilità verso gli altri. Vi sono regole di bon ton, che sono “evergreen”, sempre verdi, perché sono valide da quasi 500 anni, a partire da quando monsignor Giovanni Della Casa, attorno al 1550, scrisse il primo trattato di buone maniere: il Galateo.

Con lo scopo di poter essere utile e con il desiderio di non urtare la sensibilità di nessuno, vorrei richiamare alcuni comportamenti da seguire a tavola, quando mangiamo con gli altri in un luogo pubblico, perché la società civile ci chiede di essere moderni, ma non ci assolve quando sconfiniamo nella cafonaggine.

Monsigno Giovanni Della Casa (Borgo San Lorenzo 1503 - Roma 1556)

Della Casa scrisse questo libro rivolgendosi a tutti, perché egli pensava che il miglioramento dell’intera società dipendesse dalla diffusione delle buone regole di comportamento anche tra gli strati più disagiati del popolo. Era certo  che la bellezza, la grazia e la giusta misura si ritrovassero non solo nei corpi e nella natura, ma anche nel modo di parlare e di agire delle persone. Descrivendo le buone norme in un Galateo, egli  sperava di veder crescere bene anche il figlio Quirinetto, differenziando la sua educazione da quella dei suoi nipoti, che lui considerava dei bifolchi.

Monsignor Della Casa aveva frequentato gli  ambienti più raffinati della Firenze rinascimentale, si definiva egli stesso, fiorentino. Aveva ottimi rapporti, anche di parentela, con la famiglia Rucellai, che sosteneva finanziariamente, i grandi artisti fiorentini. A 21 anni , si trasferì a Bologna per   studiare Legge, ma la sua passione rimase sempre la poesia, gli studi di greco e di latino.

 

PICCOLI SUGGERIMENTI CHE FANNO SUBITO LA DIFFERENZA

a  tavola non si tolgono le scarpe, non ci si rifà il trucco, non si gioca con il cibo, il pane, i bicchieri e o il cellulare. Iniziamo a mangiare solo quando tutti i commensali, al nostro tavolo, sono stati serviti, pazientando se il cibo si raffredda; ci alzeremo per fumare solo alla fine del pasto. Se una pietanza sulla tavola è troppo distante, non ci allunghiamo, né ci alziamo, chiediamo cortesemente a un vicino di avvicinarci il piatto. Non tocchiamo il cibo con le mani, a parte il pane e i grissini, che non vanno tagliati con il coltello, né presi a morsi, ma prima spezzati (riponendo il pane nel piattino che abbiamo davanti, a sinistra del nostro piatto) e poi portati alla bocca. Se troviamo un capello nel piatto chiediamo, con discrezione, di cambiarcelo; non porgiamo il piatto al cameriere, né lo ringraziamo quando ci serve le vivande. Non usiamo gli stuzzicadenti neanche facendoci schermo con la mano.

 

Sono stati banditi i termini “cin cin o salute” si brinda sollevando il bicchiere, all’altezza del proprio viso, sorridendo verso il festeggiato. Per far capire che rifiutiamo una bevanda, non ci servono giustificazioni, ci basta un leggero cenno della mano verso chi ce la offre; bandito anche “buon appetito” è sufficiente un sorriso, perché la tavola è un’occasione di conversazione, non un’occasione per riempirsi di cibo. Confesso che per il “cin cin e il buon appetito” io non sempre mi adeguo.

LA GENTILEZZA, IL CAPPELLO, IL TOVAGLIOLO,…

Anche la gentilezza è una regola di comportamento da allenare, quindi: utilizziamo il sorriso e/o semplici parole come: “buongiorno/buonasera”, “grazie”, “scusa”, “per favore”. Andrebbe insegnato ai giovani che il sorriso e l’uso di queste poche parole aprirebbero loro molte porte.

A tavola non è corretto che indossiamo gli occhiali da sole, anche se trendy, e non possiamo appoggiarli sul tavolo, insieme alle chiavi della macchina, il cellulare o altro.

Sono assolutamente vietati tutti i cappellini sportivi. Per quanto riguarda i normali cappelli: gli uomini lo toglieranno entrando al ristorante e le donne appena siedono a tavola, possono far eccezione i cappelli molto piccoli; in caso di cerimonia la donna, durante il pranzo, può lasciarlo indossato, purché non sia un cappello ingombrante. Non dimentichiamo che la falda dei nostri cappelli diminuisce con il passare delle ore del giorno: èpiù grande la mattina, sempre più piccola di sera.

Naturalmente non parliamo ”a bocca piena ”, né mastichiamo con la bocca aperta, evitiamo i rumori spiacevoli nel masticare o “risucchiare” gli spaghetti, che dobbiamo portare alla bocca solo dopo averli arrotolati sulla forchetta.

Le posate non si impugnano come armi, quindi non gesticoliamo quando le abbiamo in mano. Teniamole dalla parte alta del manico, fra indice e pollice e appoggiamole sul dito medio, mantenendo le altre dita raccolte.

Sappiamo che il tovagliolo non va mai legato intorno al collo; lo dispieghiamo solo dopo che lo ha fatto la persona più importante del tavolo, e lo poggiamo sulle ginocchia. Questa regola vale per adulti e bambini, solo i bambini molto piccoli usano i loro bavaglini. Il tovagliolo lo usiamo quando ne sentiamo il bisogno, comunque va sempre utilizzato prima di bere e dopo aver bevuto. Alla fine del pasto il tovagliolo non va ripiegato e si lascia sul tavolo, a sinistra del piatto.

Ho finito

Non arrabbiamoci col cameriere se ci porta via il piatto senza che abbiamo terminato la pietanza, piuttosto indichiamogli cosa deve fare: se desideriamo che porti via il piatto, poggiamo nel suo centro, la forchetta e il coltello, vicini e paralleli, con le punte verso l’alto (foto 1), mentre se desideriamo ancora mangiare, indichiamo la pausa mettendo le posate con le punte a contatto, verso l’alto, e i manici leggermente divaricati (foto 2).

Sono in pausa

LE POSATE E LA “SCARPETTA”.

Le buone maniere non sono solo una forma di rispetto verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi.

IL CUCCHIAIO. Non riempiamo troppo il cucchiaio, per non dover spalancare la bocca; usiamolo per mangiare le pietanze piuttosto liquide come le zuppe, i consommè, ecc. , portandolo alla bocca dalla punta e non dal lato per evitare i risucchi rumorosi. Per raccogliere le ultime cucchiaiate di brodo, non incliniamo il piatto verso di noi, ma esternamente, sollevandolo verso il centro tavola. Il cucchiaio, lo troveremo posto alla destra del piatto, insieme ai coltelli, ma solo se saranno serviti brodi e minestre, per questo sarà difficile che ne troveremo uno o più di uno. A fine pasto lo lasceremo nel piatto, con la parte concava rivolta verso l’alto e indirizzata verso il centro della tavola.

“LA SCARPETTA” E LA FORCHETTA. “La scarpetta” col pane nel piatto, la facciamo soltanto con le uova alla coque o la bagna cauda, utilizzando sempre la forchetta. Le forchette vanno messe con i rebbi( le punte) in giù, e a sinistra del piatto: quella da antipasto più esterna, poi quella da pesce che ha solo tre punte e, alla fine, quella normale. Se sul tavolo, alla nostra sinistra, troviamo più forchette, iniziamo sempre ad usarle dall’esterno verso l’interno. Può esserci anche la forchetta, a tre punte, del pesce. Teniamo la forchetta con la mano destra, tra il pollice e l’indice, mentre quando dobbiamo tagliare, la passiamo sulla mano sinistra. Quello che portiamo alla bocca con la forchetta va messo tutto in bocca, non possiamo roteare la forchetta per mangiare a morsi quanto vi è infilzato. Alla fine del pasto posiamo la forchetta con i rebbi (le punte) rivolti verso l’alto.

I COLTELLI. Anche i coltelli, non saranno mai più di tre, li troveremo a destra del piatto, messi con la lama rivolta verso il piatto, anch’essi li useremo partendo da quello più a destra, ricordando che quello da usare per il pesce ha la lama liscia. Con il coltello tagliamo, in piccoli bocconi, il cibo che abbiamo nel nostro piatto, solo man mano che lo mangeremo. Non portiamo mai il coltello alla bocca e non usiamolo per tagliare le frittate, gli sformati, le uova, le insalate, o ciò che è morbido. Il coltello lo lasceremo con la lama rivolta verso il centro del piatto. Le posate per la frutta e il dolce, le troveremo in alto, oltre il piatto. La frutta , a parte poche eccezioni come le ciliegie, l’uva, le fragole intere, si mangia utilizzando le posate. Non possiamo utilizzare le nostre posate, quando ci serviamo da un piatto comune. Le posate cadute a terra non si raccolgono.

VINO E ACQUA. Se dobbiamo versarci da soli vino e acqua, dobbiamo riempire anche i bicchieri del vicino, ma soltanto quello di destra e quello di sinistra, perché gli altri commensali penseranno a quelli loro più vicini. Di solito a tavola troviamo due bicchieri: uno per l’acqua, più grande e uno per il vino. In occasioni o in ristoranti particolari, potremo trovarne anche un massimo di cinque: uno per l’acqua, due per i vini bianchi e due per i rossi. Il bicchiere da acqua potrà essere diverso da quelli per il vino, per forma, spessore e colore. Gli altri bicchieri per servire lo spumante,  il cognac,… saranno portati a tavola nel momento in cui saranno serviti. 

I bicchieri a calice, utilizzati per il vino o per l’acqua, si prendono sempre dallo stelo e non dalla parte alta, per non scaldarne o modificarne il contenuto. 

IL LINGUAGGIO VERBALE E GESTUALE: I GOMITI A TAVOLA.

Anna Maria Onelli

Sarebbe inutile, comportarsi bene a tavola, se poi usiamo il turpiloquio o parliamo continuamente, impedendo agli altri di esprimersi. E’ sempre valido l’invito di Della Casa a evitare gli eccessi, a non essere troppo loquaci, o pomposi, o vuoti, o troppo silenziosi. Dunque, toni pacati e parole né rozze, né sconce.

Siamo cresciuti sapendo come si sta seduti, composti, a tavola: la schiena rimane dritta, i gomiti non poggiano sulla tavola ma li teniamo il più vicino possibile al busto, mettendo solo le mani sul tovagliato, con i polsi poggiati al bordo del tavolo.

Oggi, però, il Galateo, non considera più un errore poggiare leggermente i gomiti sul tavolo, tra un piatto e l’altro, mentre si conversa o quando si è finito di consumare il pasto. In quei momenti, anche i gomiti sulla tavola parlano di noi con il linguaggio dei gesti: uscendo dalle regole del galateo, se assumiamo un punto di vista di tipo più psicologico, scopriamo che: chi poggia i gomiti sul tavolo, stringendosi le mani l’una nell’altra, sta evitando di mostrare sentimenti negativi o di tensione; chi li poggia sorreggendosi il mento con una o due mani, è molto interessato alla persona che gli sta parlando; chi, poggia i gomiti e si sporge con il corpo in avanti verso 

di noi, sta in qualche modo tentando di entrare nel nostro “territorio”, ciò significa che potrebbe iniziare un gioco di seduzione. Tra il sapore delle pietanze e quello delle bevande se ci mettiamo pure le posture , io direi che…la buona tavola seduce sempre.

CHI PAGA IL CONTO?

Dipende dall’occasione. Certamente è poco elegante discutere in pubblico per chi paga il conto, ma vi sono alcune norme che consentono ai commensali di non sentirsi a disagio:.

TRE AMICI, si divide in parti uguali, senza badare a chi ha preso qualcosa di diverso. Non si discute per qualche centesimo di differenza.

NEGLI INCONTRI DI LAVORO, paga chi ha esteso l’invito.

IN UN CENA GALANTE, al primo appuntamento è bene che paghi l’uomo. Non è un dovere vincolante, ma ci sarà tempo per invocare la parità,  per conoscersi meglio, per accordarsi e per dividere a metà.

COME PAGARE. 

Se il conto viene portato al tavolo, meglio pagare con la carta di credito, perché è poco educato, di fronte agli ospiti, tirar fuori le banconote dal portafoglio. Se si paga in contanti, è meglio prendere lo scontrino e recarsi alla cassa. Se si paga con la carta di credito, dobbiamo ricordarci di lasciare dal 5 al 10 %, di mancia, in banconota, al cameriere. Quando paghiamo in contanti, se il resto non supera il 15% dell’intero importo, possiamo lasciare la mancia sul tavolo.

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