Renè Magritte, il pittore che stupisce e inquieta

di Anna Maria Onelli

26 settembre 2019

Renè Magritte, 1898-1967

Renè François Ghislain Magritte, conosciuto semplicemente come Magritte è uno dei pittori più amati del Novecento, di origine belga, nacque a Lessines nel 1898. Il padre Léopard Magritte era un mercante che, con la famiglia. si trasferiva spesso.

 Nel 1910 erano a Châtelet e lì, René, a solo 13 anni, vide recuperare il cadavere della madre, con la testa avvolta nella sua camicia da notte: era morta suicida, gettandosi nel fiume Sambre. Si ritiene che questa immagine abbia influenzato la pittura dell’artista come sembra nell’opera “Gli Amanti “del 1928. Magritte, dopo aver compiuto gli studi classici, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles ed espose la sua prima tela nel 1919. Nel 1922 sposò Georgette Berger e giunse a lavorare come design di carta da parati. Si formò come pittore tra le avanguardie del Novecento, rimanendo influenzato dal cubismo, dal futurismo, finché di fronte a un opera di De Chirico abbracciò totalmente il movimento pittorico del surrealismo. Nel 1926 prese contatto con il leader del movimento surrealista, André Breton, e nel 1927 tenne la sua prima mostra personale, a Bruxelles, dove espose 61 opere. Magritte, che divenne una figura di spicco del surrealismo belga, morì nell’agosto del 1967, per un cancro al pancreas, nella sua casa di Bruxelles, dopo un breve ricovero in ospedale.

 Il surrealismo di Magritte è lontano da quello di Salvador Dalì che nei suoi quadri esaspera la dimensione del sogno. Quello di Magritte è uno sguardo lucido e sveglio sulla realtà che lo circonda, dove non trovano spazio né il sogno, né le pulsioni inconsce.

René Magritte fu piuttosto “le saboteur tranquille”, un sabotatore della realtà, perché nelle sue opere mentre rappresentava il reale, insinuava dubbi sulla stessa realtà, dubbi che non servivano a rappresentare, capire o a interpretare il reale, ma a mostrarne il mistero, perché, come lui stesso dichiarò in un’intervista del 1951, “nella vita tutto è mistero”. Per questo egli dipinse quadri che suscitano sempre, in chi li guarda, qualcosa che è difficile esprimere a parole, ma è qualcosa che ti prende, ti affascina e ti inquieta. E’ una sottile inquietudine, data dal fatto che egli pur raffigurando con molta precisione, soggetti e oggetti reali, presi dalla realtà quotidiana, li dipingeva inserendoli in ambienti estranei, in contesti insoliti.

Per Magritte le opere surrealistiche dovevano uscire dalle comuni visioni borghesi della realtà per offrirne una visione critica su ciò che nessuno era in grado di vedere.

Il surrealismo di René Magritte, “le saboteur tranquille”, “il sabotatore tranquillo” della realtà.

“Camera d’ascolto”, 1958.

Una mela verde , immensa e inquietante, occupa completamene una stanza, dando un senso claustrofobico più che l’idea dell’artista di rappresentare il propagarsi del suono.

Ciò che proviamo guardando ogni sua opera è una sorta di “spaesamento”, perché dipinge la realtà portandoci a riflettere che: dietro ad ogni cosa c’è sempre una parte di realtà nascosta. Egli pensava che ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra e noi siamo sempre attratti e vogliamo sempre vedere ciò che ci è nascosto. Magritte inserisce nei suoi dipinti surrealisti immagini fantastiche, come “Il treno trafitto” del 1938, una locomotiva(simbolo del tempo, della simultaneità, della relatività) che sbuca da un camino.

Per Magritte le opere surrealistiche dovevano uscire dalle comuni visioni borghesi della realtà per offrirne una visione critica su ciò che nessuno era in grado di vedere.

Si formò come pittore tra le avanguardie del Novecento, rimanendo influenzato dal cubismo, dal futurismo, finché di fronte a un opera di De Chirico abbracciò totalmente il movimento pittorico del surrealismo. Il surrealismo di Magritte è lontano da quello di Salvador Dalì che nei suoi quadri esaspera la dimensione del sogno.

Quello di Magritte è uno sguardo lucido e sveglio sulla realtà che lo circonda, dove non trovano spazio né il sogno, né le pulsioni inconsce.

René Magritte fu piuttosto “le saboteur tranquille”, un sabotatore della realtà, perché nelle sue opere mentre rappresentava il reale, insinuava dubbi sulla stessa realtà, dubbi che non servivano a rappresentare, capire o a interpretare il reale, ma a mostrarne il mistero, perché, come lui stesso dichiarò in un’intervista del 1951, “nella vita tutto è mistero”. Per questo egli dipinse quadri che suscitano sempre, in chi li guarda, qualcosa che è difficile esprimere a parole, ma è qualcosa che ti prende, ti affascina e ti inquieta. E’ una sottile inquietudine, data dal fatto che egli pur raffigurando con molta precisione, soggetti e oggetti reali, presi dalla realtà quotidiana, li dipingeva inserendoli in ambienti estranei, in contesti insoliti.

Ciò che proviamo guardando ogni sua opera è una sorta di “spaesamento”, perché dipinge la realtà portandoci a riflettere che: dietro ad ogni cosa c’è sempre una parte di realtà nascosta. Egli pensava che ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra e noi siamo sempre attratti e vogliamo sempre vedere ciò che ci è nascosto. Magritte inserisce nei suoi dipinti surrealisti immagini fantastiche, come “Il treno trafitto” del 1938, una locomotiva(simbolo del tempo, della simultaneità, della relatività) che sbuca da un camino.

Per Magritte le opere surrealistiche dovevano uscire dalle comuni visioni borghesi della realtà per offrirne una visione critica su ciò che nessuno era in grado di vedere.

 

“Il treno trafitto” del 1938, una locomotiva(simbolo del tempo, della simultaneità, della relatività) che sbuca da un camino.

Ciò che proviamo guardando ogni sua opera è una sorta di “spaesamento”, perché dipinge la realtà portandoci a riflettere che: dietro ad ogni cosa c’è sempre una parte di realtà nascosta. Egli pensava che ogni cosa che noi vediamo ne nasconde un’altra e noi siamo sempre attratti e vogliamo sempre vedere ciò che ci è nascosto. Magritte inserisce nei suoi dipinti surrealisti immagini fantastiche, come “Il treno trafitto” del 1938, una locomotiva(simbolo del tempo, della simultaneità, della relatività) che sbuca da un camino. François Ghislain Magritte, conosciuto semplicemente come Magritte è uno dei pittori più amati del Novecento, di origine belga, nacque a Lessines nel 1898. Il padre Léopard Magritte era un mercante che, con la famiglia. si trasferiva spesso.

Nel 1910 erano a Châtelet e lì, René, a solo 13 anni, vide recuperare il cadavere della madre, con la testa avvolta nella sua camicia da notte: era morta suicida, gettandosi nel fiume Sambre. Si ritiene che questa immagine abbia influenzato la pittura dell’artista come sembra nell’opera “Gli Amanti “del 1928. Magritte, dopo aver compiuto gli studi classici, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles ed espose la sua prima tela nel 1919. Nel 1922 sposò Georgette Berger e giunse a lavorare come design di carta da parati. Si formò come pittore tra le avanguardie del Novecento, rimanendo influenzato dal cubismo, dal futurismo, finché di fronte a un opera di De Chirico abbracciò totalmente il movimento pittorico del surrealismo.

Nel 1926 prese contatto con il leader del movimento surrealista, André Breton, e nel 1927 tenne la sua prima mostra personale, a Bruxelles, dove espose 61 opere. Magritte, che divenne una figura di spicco del surrealismo belga, morì nell’agosto del 1967, per un cancro al pancreas, nella sua casa di Bruxelles, dopo un breve ricovero in ospedale.

“Gli Amanti “, 1928
“L'uomo con la bombetta”, 1964

Nell’ opera “Gli Amanti “, dipinta nel 1928, si avverte la sottile inquietudine del legame con l’amaro ricordo della madre ritrovata, morta suicida, con la testa avvolta nella sua camicia da notte. Uno dei meccanismi utilizzati da Magritte, per giungere alla rappresentazione surreale, e’ quello di coprire il volto dei personaggi ritratti per cancellarne l’identità. Ai volti sovrappone delle colombe, a volte delle mele, in questo caso copre i due volti con due lenzuoli. Nel dipinto, gli amanti si scambiano un bacio, eppure noi anziché percepire l’amore, sentiamo la separazione, l’incomunicabilità che c’è tra due: essi non si guardano, non si toccano perché sono separati da un lenzuolo, non si vedono come noi non vediamo i loro volti. Percepiamo più l’infelicità che la passione. Questi amanti non hanno un’ identità, sono senza volto, è anonimo anche il loro abbigliamento:l’abito di lei si confonde con il colore della parete, mentre l’uomo indossa un banale abito borghese. Un messaggio chiaro per suggerire che la vita moderna ci “spersonalizza” portandoci a vestire tutti allo stesso modo e ad agire tutti allo stesso modo.

Anche nell’” Uomo con la bombetta” del 1964 torna il tema ricorrente dell’identità indefinita, ma questa volta il viso non è coperto da un lenzuolo o da una mela, bensì da una colomba che è simbolo di pace.

“Golconda”, 1953.

Altro dipinto inquietante, più vicino alla dimensione del sogno, è Golconda, un quadro surrealista, in cui l’immagine di un quartiere tipico del Belgio è sconvolto da tanti uomini sospesi a mezz’aria, vestiti tutti uguali, da uomini borghesi: cappello, impermeabile, bombetta. Non li possiamo distinguere perché li vediamo da lontano, il viso è rivolto all’osservatore ma non vediamo i loro volti. Anche qui ritroviamo il tema della spersonalizzazione di questi esserei umani, che l’epoca moderna, con il lavoro piccolo borghese, rende tutti uguali : anonimi e grigi. Sono uomini sospesi, non si sa se stanno cadendo o se stanno salendo, in un silenzio assoluto. Il fatto inquietante è che noi li vediamo come se fossimo anche noi in volo, quindi anche noi siamo sospesi, anche noi siamo senza identità. Il nome dell’opera, Golconda, fu scelto per denunciare la vacuità della ricchezza, facendo riferimento  alla città indiana di Golconda, prima ricchissima di giacimenti di diamanti, poi completamente abbandonata.

Magritte, talvolta suggerisce connessioni tra l’oggetto rappresentato e il suo nome per indurre a riflettere sulla realtà. Così raffigura una pipa e vi appone la didascalia “Ceci n’est pas une pipe”: “Questa non è una pipa”. Sembra una palese contraddizione, ma in questo modo l’artista affermava che la rappresentazione di un oggetto (la pipa dipinta) non deve essere confusa con l’oggetto reale (la pipa). La pipa e la sua immagine non sono la stessa cosa, e non hanno la stessa funzione: io non posso fumare una pipa dipinta. Egli diceva «Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa».

E’ in questo modo che Magritte trasmette un messaggio di tipo filosofico con cui invita a riflettere sull’ordine della società costituita e il modo in cui, solitamente, si guarda e si pensa.

 

"Il tradimento delle immagini", 1928. Un'opera filosofica.

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