Michelangelo Merisi (1571-1610), detto il Caravaggio

Mi ha sempre affascinato la vita avventurosa, breve e inquieta di Michelangelo Merisi (1571-1610), detto il Caravaggio, morto a soli trentanove anni dopo una vita di guai, fughe e disavventure tra Milano, Venezia, Roma, Napoli, Malta, la Sicilia… Egli nacque dalla famiglia Merisi, trasferitasi da Caravaggio a Milano e da lì ritornata nel paese d’origine, dopo che a Milano, nel 1577, si diffuse la peste. Un’epidemia che costò la vita al padre, al nonno Bernardino e allo zio Pietro. Terminato il contagio, Caravaggio ritornò a Milano, era il 1584, aveva appena tredici anni, quando iniziò a lavorare come apprendista nella bottega di Simone Peterzano, un pittore che si dichiarava allievo di Tiziano. 

Terminò il suo apprendistato nel 1588 e poco si sa degli anni successivi. Certamente conobbe Venezia poi si recò a Roma, dove si trovava nel 1594. Lì, fu ospite di monsignor Pandolfo Pucci che egli soprannominò “monsignor insalata”, poiché a lui dava da mangiare sempre e solo insalata. 

”Bacchino malato”, del 1591, è uno dei primi dipinti di Caravaggio; è un autoritratto eseguito durante un suo ricovero ospedaliero per malaria.
“I bari”, 1595, olio su tela, 91,5x128,2 cm. Fort Worth, Kimbell Art Museum

Il Caravaggio, divenne famoso e la sua pittura fu considerata rivoluzionaria soltanto dopo che fu assunto (nel 1567) al servizio del cardinal Francesco Maria Del Monte (1549-1627), un appassionato d’arte che acquistò molte sue opere tra cui “I bari”.

Sandro Caravaggio divenne un mito vivente; iniziò a dipingere scene di grandi dimensioni, opere complesse con gruppi di più personaggi descritti in episodi

“Riposo durante la fuga in Egitto”, 1594-1595 ca. Olio su tela, 135,5 × 166,5 cm. Roma, Galleria Doria Pamphilj.
“Crocifissione di san Pietro”, 1601. Olio su tela, 230 × 175 cm. Roma, Basilica di Santa Maria del Popolo

Fu protetto per anni dal marchese Giustiniani, ricco banchiere genovese che apparteneva al giro della corte pontificia; egli oltre  che aiutare l’artista a crescere culturalmente, lo salvò spesso dalle conseguenze derivate da risse, violenze e schiamazzi in cui incorreva a causa del suo carattere; infatti, fu più volte arrestato e condotto nelle carceri di Tor di Nona.

Nel 1600, a Roma, fu denunciato per aver preso a bastonate un nobile ospite del suo protettore Cardinal Del Monte.

Nel 1603, fu processato, per aver diffamato il pittore, Giovanni Baglione: scontò un mese di carcere poi fu liberato e trasferito agli arresti domiciliari.

L’anno seguente fu arrestato più volte per possesso d’armi e ingiurie alle guardie cittadine e fu querelato per aver tirato un piatto di carciofi in faccia a un garzone che lo serviva.

Nel 1605, Caravaggio, per tutelare l’amante Lena ferì gravemente un notaio poi fuggì nascondendosi a Genova. Tornato a Roma, trovò la querela della padrona di casa alla quale non aveva pagato l’affitto. Caravaggio si vendicò prendendo a sassate la finestra di lei e questa lo querelò nuovamente. 

Nello stesso anno gli fu curata una ferita che, come lui disse, si era procurata da solo, cadendo sulla sua spada.

E’ del 1606, il fatto più grave: la rissa nella quale rimase ucciso un certo Ranuccio Tommasoni, forse per una rivalità in amore, o un litigio per debiti di gioco, o per questioni politiche.

Caravaggio fu condannato alla decapitazione con un verdetto per cui, chiunque lo avesse riconosciuto per strada, avrebbe potuto eseguire la condanna tagliandogli la testa.

Si comprende, dunque, perché nei suoi dipinti compaiono teste mozzate e perché il suo autoritratto occupa il posto del condannato.

"Sette opere di Misericordia", 1606-1607. Olio su tela, 390 × 260 cm. Napoli, Pio Monte della Misericordia.

Fuggito per Napoli, vi rimase un anno poi riparò a Malta con l’obiettivo di diventare cavaliere e ottenere l’immunità.

Riuscì a divenire cavaliere, ma nel 1608 il suo carattere gli procurò ancora problemi: fu arrestato perché si seppe della sua condanna a morte e per un pesante litigio con un cavaliere di grado superiore al suo.

Fuggì dal carcere, diretto in Sicilia, riparò a Siracusa. Naturalmente fu espulso dall’Ordine dei Cavalieri.

Tornò a Napoli, nell’autunno del 1609, e lì, all’uscita di una locanda, alcuni uomini lo attaccarono lasciandolo sfigurato.

Non solo la sua vita ma anche la sua morte fu rocambolesca: nell’estate del 1610, da Napoli, s’imbarcò segretamente su un traghetto diretto a Porto Ercole, con l’accordo di essere lasciato allo scalo di Palo – Ladispoli, feudo degli Orsini.

Lì, avrebbe atteso il condono del Papa Paolo V che stava per revocare la sua condanna a morte. Il traghetto, dopo averlo sbarcato, ripartì con i bagagli di Caravaggio; questi contenevano tre tele da donare al cardinale Scipione Borghese in cambio della sua libertà.

Ma Caravaggio fu fermato a Palo, dai guardiani delle coste, e fu incarcerato due giorni per accertamenti, poi con un mezzo prestato dagli Orsini, raggiunse via mare Porto Ercole, dove cercò inutilmente sulle coste, il traghetto che era già ripartito per Napoli portandosi dietro il prezioso bagaglio.

 

La Feniglia, situata nel comune di Orbetello, in provincia di Grosseto, è un tombolo che collega la collina di Ansedonia a oriente e il Monte Argentario a occidente. Si sviluppa per circa 6 km di lunghezza.

Vagò inutilmente sulla costa di Porto Ercole, in cerca dei bagagli.

Si rifugiò tra i malsani acquitrini e i tomboli di cespugli della Feniglia finché, affaticato e colpito da febbri malariche, morì di ” febbre maligna”, il 18 luglio del 1610, nel sanatorio della Confraternita di Santa Croce.

Pochi giorni dopo giunse la grazia del Papa, con il permesso di ritornare a Roma.

“DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA”, 1609. L’uso della luce.

“GIUDITTA che decapita OLOFERNE”

“Davide con la testa di Golia”, 1609, olio 125x100cm.

1609-1610 Dimensioni: 125 x 100 cm. Si trova: Galleria Borghese, Roma

 L’opera “Davide con la testa di Golia” (oggi alla Galleria Borghese di Roma) mostra chiaramente perché l’arte pittorica con Caravaggio, fece un balzo in avanti: egli, per primo, sperimentò un uso particolare della luce con il quale riusciva a dare, ai soggetti che dipingeva, una forma tridimensionale, un volume e una naturale drammaticità.

Per ottenere tal effetto, d’intensità e naturalezza della scena, Caravaggio imprimeva nel dipinto, forti contrasti di luci e ombre, realistici, perché ottenuti mettendo sul pavimento alcune lanterne che illuminavano solo in parte i suoi modelli. In questo modo Caravaggio otteneva una luce rasente al pavimento che faceva emergere, dallo sfondo buio della scena, le figure e le forme dei corpi quasi fossero scolpite.

In questo quadro, infatti, Davide emerge dallo sfondo scuro, acquisendo un rilievo quasi scultorio; il dipinto è stato realizzato nel 1609, dopo che l’artista era stato condannato alla decapitazione.

Egli espresse in questa scena un’idea originale e coraggiosa: dipinse due volte se stesso.

Un doppio autoritratto che allude a una sorta di “rinascita” del pittore e alla conseguente liberazione dal peccato.

Caravaggio si ritrae nelle vesti di Davide, così com’era stato, un giovane adolescente, forte e fiero che, con un colpo di spada, taglia la testa a Golia.

Anche la testa di Golia è un ritratto del Caravaggio ormai vecchio e debole, la cui testa mozzata, prossima all’ultimo respiro, con gli occhi che si stanno spegnendo, porta i segni della sua vita sregolata, dissoluta, rocambolesca, così come fu la sua morte avvenuta nel 1610, mentre era in attesa di ricevere la grazia dal Papa Paolo V.

Caravaggio nel 1607 aveva già dipinto una versione di Davide  Golia, che oggi si trova a Vienna.

È un dipinto in cui la scena risulta più chiara ma sia la testa di Davide sia quella di Golia non sono autoritratti di Caravaggio: il David ritratto sembra essere Cecco del Caravaggio, che fu prima un servo poi un artista di Caravaggio.

 

Caravaggio tra il 1597 e il 1600 realizzò quest’opera, considerata uno dei suoi capolavori. La scena è tratta da un episodio della Bibbia in cui Giuditta, simbolo di virtù, inganna il re assiro Oloferne, che aveva assediato il suo popolo.

Il re ammaliato dalla bellezza di Giuditta la invitò nella sua tenda, e lei prima lo fece ubriacare poi con un colpo di scimitarra, sotto gli occhi della schiava Abra, lo decapitò.

L’espressione di corruccio di Giuditta dimostra il grande sforzo nell’uccidere Oloferne che disteso a pancia sotto, con la lama affondata nella gola, tenta inutilmente di risollevarsi; sbarra gli occhi, con il terrore di chi sa che sta per morire, mentre un fiotto del suo sangue macchia le lenzuola.

Giuditta, con l’aiuto della serva, Abra, dalla carnagione vecchia e brutta, simbolo dell’umanità corrotta, ripose la testa in un sacco e la consegnò al suo popolo in segno di vittoria.

L’opera che l’artista aveva realizzato su commissione del banchiere genovese Ottavio Costa, si trova oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma.

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