La sindrome di Medea

George Romney, Lady Hamilton as Medea, 1786, The Norton Simon Museum

Dal mito alla realtà

Oggi è libera Annamaria Franzoni. Era il 2002 quando fu accusata di aver ucciso suo figlio Samuele di appena tre anni. Fu un orrore che generò ansia e insicurezza in molte giovani mamme. L’Italia del tempo si divise tra innocentisti e colpevolisti. Psicologi e psichiatri parlarono di una particolare forma di depressione. Nel darne notizia in Tv, accostarono la Franzoni a una moderna Medea. Per me, che amo i miti, è stata una sollecitazione a riflettere e raccontare come Medea, figlia del re Eeto, maga infernale, bellissima protagonista della mitologia greca, uccise i suoi figli, divenendo un emblema della follia amorosa e della malvagità. 

Lei, innamoratasi perdutamente di Giasone, valoroso Argonauta e futuro re di Corinto, lo aiutò a ritrovare il Vello d’Oro, custodito proprio dal padre di lei, Eeto. Con il Vello, una pelliccia magica di ariete, che avrebbe guarito tutte le ferite, Giasone avrebbe potuto ereditare il regno greco di Tessaglia. Il padre di Medea li inseguì per tutta la Grecia e lei, per fermarlo, fece a pezzi suo fratello, disseminandone le parti in modo che il padre, per recuperarle, desistesse dall’inseguimento. Medea si macchiò di ogni crimine per aiutare Giasone, ma quando questi s’innamorò di Glauce, figlia del re di Corinto, Medea lo punì nella maniera più truce: uccise i figli che aveva avuto da lui, condannandolo all’eterno tormento. Ecco perché una madre che uccide suo figlio è citata come Medea. Oggi si rileva anche una sindrome di Medea “al maschile” per quei papà che, nel tentativo di punire le mogli, ree di aver distrutto la famiglia, uccidono prima i propri figli, poi loro stessi. 

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