La risposta ad un politico. Perché non difendo la Convenzione di Faro

di Anna Maria Onelli

7 ottobre 2020

In un post da me pubblicato su FB dal titolo  Le mutande della Chiesa, i pannelli oscuranti di Renzi, per arrivare alla Convenzione di Faro, comunicavo che la Camera aveva appena ratificato l’adesione dell’Italia al Trattato di Faro. Un documento con il quale noi italiani, per rispettare la sensibilità religiosa e il diritto altrui, arriviamo a censurare la nostra stessa arte, qualora un passante musulmano, induista o buddista, guardando un’opera, se ne sentisse offeso. Un politico, dopo aver letto il post, mi ha scritto che la Convenzione “ non impone proprio nulla contro il nostro patrimonio artistico, ma anzi lo valorizza” e mi ha sollecitato  a rispondere alle sue domande. La bacheca di FB non è adatta per le dissertazioni, dunque rispondo in questa sede, citando gli  Articoli, la tipologia degli Stati firmatari e i Fatti a sostegno della mia tesi , con la quale ritengo che  la questione sia molto più  delicata e superi l’idea che la Convenzione, per l’Italia,  sia qualcosa che valorizzi la nostra cultura.

Le DOMANDE

  1. Credete a tutte le bugie che vi raccontano, vero? Senza aver letto bene il trattato, che non impone proprio nulla contro il nostro patrimonio artistico, ma anzi lo valorizza.
  2. Dove dice esattamente (letteralmente) che dobbiamo rinunciare ai nostri capolavori? Fermo restando che, essendo una convenzione, tutto é reciproco e vale per tutti quelli che la firmano.
  3. Ripeto: quale e’ il punto in cui la Convenzione dice espressamente che dobbiamo rinunciare alla nostra identità culturale? State facendo credere cose che non esistono.

Le RISPOSTE

1.) Premesso che leggo molto e di tutto, dunque le bugie con me hanno vita difficile. Amo la conoscenza per questo ascolto ogni corrente, ma poi guardo ai fatti e osservo la realtà che ci circonda. Non uso gli occhiali dell’ideologia, perché per me la verità ha a che fare con i fatti, non con le parole. Soprattutto, come persona libera, mi documento, rifletto, poi racconto a chi, naturalmente, è altrettanto libero di leggere o meno.

2.) Certo che la Convenzione non dice, letteralmente, che dobbiamo rinunciare ai nostri capolavori, sarebbe una follia liberticida, ma leggendo “ e non superficialmente” le trenta pagine del trattato, si scopre che esse contengono per lo più ovvietà e ripetizione di principi già espressi nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo.   Verrebbe da chiedersi: “ Allora, a che pro questa Convenzione?” Ma gli elementi di novità ci sono e sono tutti contenuti negli articoli 4-7-16, che sono già stati punti di confronto alla Camera, durante l’audizione del Ministro dei Beni Culturali, Dario  Franceschini, che ne chiedeva la ratifica.  Dagli articoli, si evince che la questione è certamente più delicata del dire semplicemente che la convenzione «è qualcosa che valorizza in generale la cultura».. 

Nella fattispecie, ho tratto spunto dagli ARTICOLI 4-7-16 della Convenzione, dalla tipologia degli STATI CHE HANNO ADERITO e dall’analisi dei FATTI:

2°a. GLI ARTICOLI

L’Art 4, lettera c, recita: l’esercizio del diritto al patrimonio culturale può essere soggetto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica, per la protezione dell’interesse pubblico, degli altrui diritti e libertà.

L’Articolo 7, lettera c) prevede che: «si stabiliranno procedimenti di conciliazione per gestire equamente situazioni dove valori contraddittori siano attribuiti allo stesso patrimonio culturale da comunità diverse».

L’Articolo 16, prevede la nomina di un comitato di controllo che dovrebbe andare a verificare quando e come, eventualmentemettere queste limitazioni .

Si parla dunque di limitazioni e mediazioni che possono essere applicate in ambito culturale, tra tutti gli Stati aderenti “ per la protezione dell’interesse pubblico, degli altrui diritti e libertà”.  Ma quale libertà, quali mediazioni, quali limitazioni dovremo avere riguardo alla nostra cultura?  

È certamente giusto promuovere e valorizzare la cultura, ma non per trasformarla in una cultura “globalista” – uguale per tutti – perché la cultura non può essere appiattita, ma deve essere libera di esaltare le identità locali, e il patrimonio culturale di ogni Paese. L’Italia dunque deve continuare a esaltare il proprio patrimonio culturale. Altrimenti, la nostra, che società democratica sarebbe?

Faro, città fondata dagli Arabi, affacciata sull’Oceano Atlantico, a sud del Portogallo

2.b) GLI STATI CHE HANNO ADERITO

La “Convenzione quadro”, sul valore del patrimonio culturale per la società, è stata promossa dal Consiglio d’Europa, che è un’istituzione europea da non confondere con l’Unione europea. Infatti, del Consiglio fanno parte anche Russia e Turchia. Fu introdotta a Faro, in Portogallo, nel 2005.  Il Trattato era aperto alla firma degli Stati membri e degli Stati non membri dell’Unione europea. L’Italia vi aderì nel 2013, con un Governo di sinistra e ora dopo sette anni, ancora con un governo di sx, il 23 settembre 2020, il Parlamento l’ha ratificata: fra tre mesi, la Convenzione entrerà in vigore.

Venti sono stati i Paesi, compresa l’Italia, che hanno firmato la ratifica e dunque, dovranno osservarne le regole. Le notizie sulla Convenzione la davano promossa dall’Unione Europea, con Paesi appartenenti all’Unione Europea, in realtà, ben dieci Paesi che hanno ratificato, non appartengono all’Unione (Armenia, Bosnia Erzegovina, Georgia, Montenegro, Nord macedonia, Norvegia, Svizzera, Ucraina, Moldavia, Serbia), cinque Paesi non erano parte dell’Unione prima del 2004 (Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Croazia, Lettonia), soltanto cinque Paesi hanno una cultura europea più consolidata (Austria, Finlandia, Italia, Lussemburgo e Portogallo). Così mi sono chiesta: dov’ è la Comunità Europea e dove sono finiti i Paesi comunitari come: Francia, Germania, Inghilterra, Grecia, Spagna, Olanda, Belgio, Cipro, Malta ?…ma anche i Paesi non europei come Russia e Turchia? Perché non hanno firmato?

In sintesi l’Italia dovrà trovare accordi, “per non offendere la cultura altrui” con almeno quindici Paesi con i quali non abbiamo mai condiviso le nostre radici europee.

2016 - I pannelli posti per oscurare le statue
  1. I FATTI
  • La copertura delle Statue, è già avvenuta, anche senza la ratifica del Trattato. Infatti, la Convenzione fu firmata dall’Italia nel 2013, ed esattamente tre anni dopo, nel 2016, l’allora Presidente del Consiglio, Renzi, in occasione della visita del presidente iraniano ai Musei Capitolini, dopo l’espressione della delegazione iraniana di non gradire né le nudità femminili, né quelle degli animali, censurò tutte le statue nude chiudendole entro pannelli bianchi e facendo spostare il palco, da cui i premier avrebbero parlato,  a fianco del cavallo di Marco Aurelio, anziché davanti. Quello di Renzi sembra sia stato un gesto di ospitalità, come lo fu non distribuire il vino a tavola, durante il banchetto; ma se fosse stata in vigore la ratifica che scatterà fra tre mesi, sarebbero corsi gli obblighi di osservanza dell’art. 4, per non incorrere nella procedura della mediazione e delle sanzioni, richiamate dall’ Articolo 16. Ma questa non sarebbe la negazione di ogni traccia della nostra identità democratica, autonoma e nazionale? Diversamente da noi, i francesi, mai firmatari della Convenzione, in un’occasione simile, anziché ritirare il vino da tavola, preferirono evitare di fare un banchetto.
  • In un post pubblicato su Face book, il 29 agosto, il giovane Yassine Baradai, segretario generale dell’Ucoii, un’organizzazione che riunisce numerose comunità islamiche italiane, ha definito sia il cristianesimo, sia l’ebraismo “un’eresia, uno storpiamento del messaggio originario” dei profeti. Nel credo dell’islam, infatti, queste due fedi sono un’eresia, ed è scritto sul Corano, scrive Baradai “ (…) l’islam viene per correggere gli storpiamenti apportati nelle sacre scritture residue (Torah e Vangelo) “. La stessa comunità islamica moderata della Grande Moschea di Roma, ha espresso sdegno e sconcerto, ed ha preso le distanze da queste affermazioni, rinnovando la propria disponibilità a collaborare con tutte le confessioni e la propria vicinanza ai fratelli, ebrei e cristiani, offesi da tali dichiarazioni.
  • In Italia, l’integrazione è ancora parziale, nonostante che, da almeno un quarantennio, le nostre scuole promuovano attività e progetti d’integrazione; infatti, sempre più richieste alla scuola fanno capire che in molti hanno difficoltà ad accettare usi e costumi del nostro Paese. Ne sono un esempio, le richieste di famiglie musulmane: di poter avere nel menù della mensa scolastica della carne in linea con le norme del Corano, no alla carne di maiale e a tutta la carne che non è macellata con il metodo halal. Tra le richieste anche quella di esonerare la figlia dalle lezioni di educazione fisica perché: “Con i maschi non può stare”. C’è anche da considerare che migliaia d’immigrati musulmani  continuano a sbarcare, da anni e  irregolarmente, nei nostri porti.
  • Stante queste posizioni e poiché in numerosi Paesi islamici, ad esempio, la Divina Commedia è vietata, in tutto o in parti, o ne è vietata addirittura la commercializzazione. Allora è lecito ritenere che, a breve, qualsiasi minoranza islamica, non tollerando che Maometto, colpito da una spada, sia stato posto da Dante nell’Inferno (Canto XXVIII) potrebbe richiedere di mettere al bando la Divina Commedia nelle scuole. Potrebbe richiede di oscurare l’immagine di Maometto torturato dai demoni nella Cattedrale di San Petronio, a Bologna. Del resto a Istanbul nella Cattedrale cristiana di Santa Sofia, da qualche mese trasformata in Moschea, i musulmani hanno oscurato le immagini cristiane.
  • Inoltre, su un’eventuale posizione del nostro Governo, ci dovrebbe far riflettere la proposta dell’ex Ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che nel 2019 intendeva favorire una “visione della scuola laica” e per “dare spazio a tutti i modi di pensare”, promuoveva la rimozione del crocefisso nelle scuole per sostituirlo con “una mappa del mondo”.

Il vero problema è che, anche senza la Convenzione, in nome del rispetto di tutti, poco a poco si vorrebbero cancellare i segni della nostra cultura e della nostra civiltà, che proprio nella croce e nelle radici cristiane, ha diffuso il rispetto, ma quello vero, verso di tutti.   

Il presidente turco Erdogan ha trasformato il Museo di Santa Sofia in Moschea, oscurando, con vele bianche che si sovrappongono, le immagini cristiane.

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