Juan Mirò (Barcellona 1893 – Palma di Maiorca 1983)

“Costellazione amorosa”


Visitai a Roma una mostra di Mirò, insieme a mio marito; sapevo già che il surrealismo non gli era mai piaciuto, ma volevamo comprendere il pensiero dell’artista catalano Joan Miró che, in quella sede, esponeva quadri, disegni, sculture, collage e arazzi.

I materiali, essi stessi arte
 I materiali erano la stessa arte: negli arazzi le matasse di filo sostituivano il colore; il filo di rame del collage sostituiva la linea disegnata. Era difficile comprendere l’uso che Mirò faceva dei materiali e ci meravigliammo di trovare un’opera composta di una tavola vecchia e fessurata, in cui erano conficcati lunghi chiodi. Alla difficoltà di vedere l’arte, in quei materiali comuni, si univa quella di comprendere il soggetto dipinto. Anche Mirò come Dalì non dipingeva la realtà quotidiana, era un surrealista: entrambi dipingevano il surreale, quindi le sensazioni, i sogni o gli incubi che ognuno di noi ha dentro di sé.

Il “surrealismo” di Mirò  e quello di Dalì
A differenza di Dalì che disegnava incubi e angosce, Mirò liberò la fantasia utilizzando colori accesi e netti, per dipingere con toni decisi, non gli incubi ma i sogni fantastici dei bambini. Egli, da piccolo, era solito guardare il firmamento e le stelle con il telescopio, insieme al padre appassionato di astronomia. Per questo dipinse almeno ventitré piccoli quadri raffiguranti le costellazioni; i primi, risalenti al 1940, furono la risposta della sua fantasia alla crudeltà e alla bruttura della guerra.

 In questo quadro “ Costellazione amorosa”, si vedono tante linee, segni e colori, posti in modo che ogni elemento richiama gli altri. Ci sembra di vedere degli occhi, delle ciglia, ma sono solo immagini fantasiose, distanti dalla realtà. Le figure sono piccole e messe in grandi spazi, perché lui era attratto dagli spazi vuoti, impressionato da tutto ciò che rimane spoglio.

Le opere di Mirò hanno sempre stimolato la creatività dei bambini.

 

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