Dalla sessualità sfrenata dei Romani, all’ amore romantico di San Valentino.

di Anna Maria Onelli

14 febbraio 2020

I Luperci fustigano le donne per propiziarne la fertilità

Gli antichi Romani, a metà febbraio, celebravano le feste dei “Lupercalia”, dedicate al ciclo della morte e della rinascita, al capovolgimento di tutte le regole. Festeggiavano usando maschere, formando cortei, allestendo giochi in cui i servi prendevano il posto dei padroni. La festa non aveva niente di romantico, era un richiamo alla sessualità divina, libera e sfrenata del dio Fauno-Luperco. I suoi sacerdoti, detti Luperci, correvano come pazzi lungo la Via Sacra, mezzi nudi, coperti da una semplice pelle di capra, armati di verghe, che usavano per colpire ripetutamente le donne, perché ciò le avrebbe rese più fertili.

Questi erano riti pagani, che richiamavano una sessualità primordiale, per questo dovevano essere eliminati dalla Chiesa. Ci pensò papa Gelasio I, nel 496, che rese cristiana questa festività, con il nome di San Valentino. La trasformò in una giornata dedicata a tutti gli innamorati, celebrata in gran parte del mondo, come messaggio di amore dolce e romantico. Si racconta che il Santo, fu considerato il protettore degli innamorati, perché quando era vescovo di Terni, donò una ricca dote, a una giovane che desiderava ardentemente sposarsi, ma non ne aveva i mezzi. Egli morì come un martire, fu giustiziato per aver unito in matrimonio la cristiana Serapia con il centurione Sabino. Anche il rito del mascheramento è stato “cristianizzato” ed è giunto fino a noi con il nome di Carnevale.

 

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